Promuovere i giochi è doveroso, ma non solo con gli streamer: ecco l’alternativa

streamer marketing esports

Le società del mondo esports hanno senza dubbio ottime ragioni per usare gli streamer per promuovere i loro giochi, specialmente dal punto di vista aziendale. Raggiungono un vasto pubblico, possono avere una forte influenza nelle community e spesso si basano sugli interessi attuali per aumentare il numero di spettatori.

Distribuendo chiavi beta esclusive a determinati streamer, un’azienda può ridurre i costi di marketing ottenendo filmati e pubblicità in un unico pacchetto.

Un esempio lampante è quello di Riot Games, che ha riscosso un enorme successo promuovendo VALORANT su Twitch. Ubisoft sta adoperando praticamente la stessa tattica per promuovere Hyper Scape. Per le aziende, qualsiasi marketing è un buon marketing, soprattutto se gratuito.

Tuttavia, ci sono tante persone che vorrebbero entrare nella beta di un gioco senza essere costretti a guardare gli streamer. Anche perchè è vero che molti di loro utilizzano la piattaforma nella maniera corretta, ma ci sono anche tanti streamer “tossici” e fortemente dannosi, con comportamenti che sfociano nel cyberbullismo.

Ma al di là di questo aspetto, che pure ha una rilevanza notevole, guardare i live streaming è per molti utenti una vera e propria seccatura. In molti si chiedono se vale davvero la pena sottoporsi a ore – in alcuni casi addirittura giorni – di qualcosa di poco (o per nulla) gradito, con la speranza di giocare a un gioco che non è nemmeno completo? Perché le aziende non possono usare altre tattiche egualmente convenienti per promuovere i loro giochi?

Come modalità alternativa si possono considerare i social media, altamente efficaci per raggiungere le persone, oltre che economici. I fan che sono interessati a un gioco che sta per uscire o quelli a cui piacciono i giochi pubblicati da un determinato produttore, generalmente seguono i loro account sui social.

Tattiche come questa potrebbero offrire a più persone l’opportunità di giocare senza forzarle a “digerire” qualcosa che non piace.


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