Rule of Rose, 20 anni dopo: si vinceva davvero seppellendo viva una bambina?

Siamo all’inizio del millennio. In realtà non è esattamente l’inizio: ci siamo già abituati a questa nuova aria. Siamo addirittura diventati campioni del mondo di calcio per la quarta volta, ma non è quello che ci interessa in questo momento.

Ci interessa che sono ancora gli anni in cui i videogiochi possono creare allarme sociale. Internet è poco più che agli albori e buona parte dei media tradizionali è ancora convinta che un videogioco possa corrompere i giovani.

È in questo clima che bisogna leggere la famigerata copertina di Panorama, che vi proponiamo di seguito.

“Vince chi seppellisce viva la bambina”, recita il titolo scelto dal settimanale nel novembre del 2006. Il gioco incriminato è Rule of Rose, survival horror sviluppato dallo studio giapponese Punchline e pubblicato in esclusiva per PlayStation 2.

Sono passati esattamente vent’anni e quella copertina continua a essere ricordata come uno dei casi più clamorosi nel rapporto, non sempre felicissimo, tra la stampa italiana e il mondo dei videogiochi.

Ma davvero in Rule of Rose vinceva chi seppelliva viva una bambina?

La risposta più semplice è no. Quella più completa ci racconta qualcosa non soltanto sul gioco, ma anche sull’Italia e sui media di quegli anni.

Rule of Rose e lo scandalo costruito attorno al gioco

Una copertina del genere non poteva passare inosservata. Il caso uscì rapidamente dai confini della stampa specializzata e arrivò alla politica.

Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, chiese che Rule of Rose non venisse distribuito in Italia. Anche Franco Frattini, in quel momento vicepresidente della Commissione europea, intervenne nel dibattito sulla violenza nei videogiochi e sulla necessità di proteggere i minori.

C’era però un problema non esattamente secondario: molte delle cose attribuite a Rule of Rose non corrispondevano al contenuto reale del gioco.

Il titolo è ambientato nell’Inghilterra degli anni Trenta e ha come protagonista Jennifer, una ragazza di 19 anni che si ritrova prigioniera di un mondo governato da un gruppo di bambine. Queste hanno costruito una società rigidamente gerarchica, quella degli Aristocratici del Pastello Rosso, nella quale umiliazioni, ricatti e crudeltà determinano la posizione occupata da ciascuna.

Più che sull’orrore esplicito, Rule of Rose lavora sul disagio. Racconta la memoria, il trauma, la paura dell’abbandono e la crudeltà di cui possono essere capaci i bambini quando riproducono, senza i filtri degli adulti, le medesime dinamiche di potere.

Le situazioni disturbanti non mancano e sarebbe sbagliato descriverlo come un innocuo gioco per famiglie. Ma non era neppure il concentrato di pedofilia, sadomasochismo e violenza sessuale raccontato da alcune ricostruzioni giornalistiche dell’epoca.

Rule of Rose aveva ricevuto una classificazione PEGI 16. Non era quindi pensato per i bambini, come invece lasciava intendere gran parte del dibattito pubblico.

Persino il Video Standards Council britannico, l’organismo che aveva partecipato alla valutazione del titolo, intervenne per contestare le accuse. Secondo il Consiglio, nel gioco non erano presenti né l’erotismo minorile né le scene sadomasochistiche descritte dalla stampa.

Resta poi la domanda suggerita dalla copertina di Panorama: nel gioco si seppelliva davvero viva una bambina?

In Rule of Rose esiste una sequenza dal carattere onirico nella quale Jennifer viene spinta dentro una bara e ricoperta di terra. Jennifer, però, ha 19 anni. Non è il giocatore a seppellirla e, soprattutto, non si tratta dell’obiettivo del gioco. Nessuno “vince” seppellendo viva una bambina.

Una scena disturbante era stata quindi trasformata nella presunta meccanica principale del titolo. Sarebbe stato un po’ come sostenere che in Super Mario si vince cadendo in un burrone perché, nel corso del gioco, può capitare di vedere Mario precipitare.

Il clamore ebbe comunque conseguenze concrete. Rule of Rose uscì regolarmente in Italia e non venne mai vietato, ma 505 Games rinunciò a distribuirlo nel Regno Unito, nonostante il titolo fosse già stato classificato e alcune copie destinate alla stampa fossero state inviate ai giornalisti.

La fama proibita costruita attorno al gioco finì quindi per condizionarne realmente la distribuzione.

Si è parlato qualche tempo or sono dello scandalo di Rule of Rose anche in una puntata di Non è più domenica. Nel video viene proposto qui sopra viene ripercorsa la vicenda della copertina di Panorama e il clima nel quale un survival horror di nicchia riuscì a diventare, almeno per qualche giorno, un caso politico nazionale.

A distanza di vent’anni possiamo guardare Rule of Rose con maggiore equilibrio.

Non è un capolavoro intoccabile. Il sistema di combattimento è macchinoso, i controlli sono invecchiati male e diverse sezioni possono risultare frustranti. Anche al momento dell’uscita le recensioni furono tutt’altro che unanimi.

Ciò che ancora oggi continua ad affascinare è soprattutto la sua atmosfera. Rule of Rose possiede un’identità visiva e narrativa difficile da confondere con quella di qualsiasi altro gioco. La colonna sonora, i libri illustrati, la presenza del cane Brown e la struttura frammentata dei ricordi di Jennifer contribuiscono a creare un’esperienza imperfetta, ma difficile da dimenticare.

La distribuzione limitata e la mancata uscita in alcuni mercati lo hanno inoltre trasformato in uno dei titoli più ricercati dai collezionisti di PlayStation 2.

Collezionismo PlayStation 2

Quanto costa oggi Rule of Rose?

La controversia e la distribuzione limitata hanno trasformato
Rule of Rose in un autentico oggetto da collezione. Nelle
inserzioni presenti su eBay nel settembre 2026, anche una normale
copia completa viene spesso proposta a diverse centinaia di euro.


150–400 euro


La fascia più comune per le copie usate o complete.

500–1.200 euro


Le richieste per copie sigillate, edizioni particolari e inserzioni da collezione.

Fino a 3.999 euro


La richiesta più estrema individuata tra gli annunci esaminati.

Attenzione: questi sono i prezzi
richiesti dai venditori, non necessariamente le cifre alle quali le copie
vengono realmente acquistate. Condizioni, completezza, lingua, sigillatura
e autenticità possono modificare enormemente il valore.

Il videogioco che nel 2006 qualcuno avrebbe voluto far sparire è diventato, paradossalmente, un oggetto di culto.

La storia di Rule of Rose racconta quindi qualcosa che va oltre il gioco stesso e che racconta lo spirito di quei tempi e non solo: racconta un’epoca nella quale bastavano una copertina sensazionalistica, alcune informazioni non verificate e l’intervento di qualche politico per trasformare un’opera di nicchia in una minaccia per i giovani.

Rule of Rose rimane un gioco controverso, disturbante e profondamente imperfetto ma certamente non era il gioco nel quale vinceva chi seppelliva viva una bambina.


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