Minecraft, depressione e polemiche: che fine ha fatto davvero Notch dopo aver venduto tutto a Microsoft

Marcus Persson, per quasi tutti semplicemente “Notch”, è un unicum nel mondo videoludico, o giù di lì: è infatti stato capace di cambiare il mondo dei videogiochi senza passare dai grandi publisher o dalle multinazionali.

Quando nel 2009 pubblicò le prime versioni di Minecraft, il panorama indipendente stava vivendo una fase di trasformazione importante: piccoli team, budget ridotti e idee forti stavano iniziando a conquistare uno spazio che fino a pochi anni prima sembrava riservato esclusivamente alle grandi produzioni.

Il gioco di Persson, però, prese una strada diversa da tutti gli altri. Non diventò soltanto un successo indie: si trasformò in un fenomeno culturale globale. Oggi Minecraft ha superato i 300 milioni di copie vendute, numeri che lo collocano tra i videogiochi più venduti di sempre. Eppure, paradossalmente, il suo creatore ha scelto di allontanarsi quasi completamente dall’industria che aveva contribuito a rivoluzionare.

Dal boom di Minecraft alla vendita miliardaria

Negli anni successivi all’esplosione di Minecraft, Persson si ritrovò improvvisamente al centro di un’attenzione gigantesca. Il gioco era ovunque: su YouTube, Twitch, nelle scuole, nei contenuti dei creator più seguiti del pianeta. Per molti diventò automaticamente “il gioco dei bambini”, anche se in realtà il suo successo derivava proprio dalla capacità di parlare a pubblici completamente diversi.

Minecraft non offriva soltanto costruzione e creatività. Era un enorme spazio libero dove i giocatori potevano creare regole, esperienze e persino nuovi modi di giocare.

Il problema è che tutta quella pressione iniziò a pesare enormemente su Persson: lo sviluppatore svedese ha raccontato più volte di essersi sentito schiacciato dal successo del progetto e dalle aspettative continue attorno alla sua figura (e, questo no, non è un unicum – quando si raggiunge un successo così grande il rischio di burnout o di qualcosa di simile è alto).

Nel 2014 arrivò quindi la decisione che cambiò tutto: vendere Mojang e la proprietà di Minecraft a Microsoft per 2,5 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che lo trasformò immediatamente in uno degli sviluppatori indipendenti più ricchi della storia del settore.

Dopo l’acquisizione, Persson sparì progressivamente dalla scena videoludica tradizionale. Microsoft prese il controllo totale del brand, mentre lui iniziò una fase completamente diversa della sua vita pubblica.

Notch e le polemiche social (dopo l’uscita dall’industria)

Negli anni successivi alla vendita, il nome di Notch è tornato spesso al centro delle discussioni più per le sue dichiarazioni sui social che per nuovi videogiochi. Alcuni suoi post pubblicati tra il 2016 e il 2019 generarono forti polemiche, soprattutto per commenti giudicati transfobici, razzisti e vicini a varie teorie complottiste (chissà perché nel nuovo millennio i geni dell’IT siano sempre così, un po’ reazionari).

Microsoft prese progressivamente le distanze dalla figura del creatore originale di Minecraft. Il suo nome venne anche rimosso da alcuni eventi ufficiali collegati al gioco, nel tentativo evidente di separare il marchio dalla sua immagine pubblica.

Persson, nel frattempo, continuava a pubblicare commenti spesso provocatori anche sul mondo dei videogiochi. Quando nacque il movimento “Stop Killing Games”, ad esempio, sostenne che se acquistare un gioco non garantisce una vera proprietà del prodotto, allora la pirateria non dovrebbe essere considerata un reato. Non mancavano nemmeno frecciate dirette a Microsoft, ribattezzata ironicamente “Microslop”.

Era chiaro che il rapporto con l’industria tradizionale fosse ormai compromesso. Ma questo non significava che avesse smesso di programmare.

Cosa fa oggi il creatore di Minecraft (e l’idea di una sorta di Minecraft 2)

Nonostante l’allontanamento dal grande pubblico, Persson non ha mai abbandonato davvero lo sviluppo di videogiochi. Semplicemente, ha scelto di lavorare su progetti molto più piccoli, lontani dalle aspettative gigantesche che inevitabilmente accompagnavano qualsiasi cosa legata al nome Minecraft.

Negli ultimi anni si è dedicato soprattutto a prototipi sperimentali e dungeon crawler dal gusto molto classico. Titoli minuscoli, spesso quasi privati, sviluppati più per interesse personale che con reali ambizioni commerciali.

Uno degli esempi più recenti è Levers and Chests, progetto che Persson stesso ha descritto più come uno spazio creativo personale che come un gioco destinato realmente al mercato.

Nel 2025 aveva anche dichiarato di voler lavorare a un nuovo progetto ispirato allo spirito di Minecraft, pur senza poterlo chiamare ovviamente “Minecraft 2”. Parlava di un’idea presa seriamente, non di una provocazione o di un esperimento momentaneo. Da allora, però, non sono arrivate novità concrete.

Nel frattempo, Persson ha raccontato apertamente di aver attraversato un periodo di depressione dopo l’enorme successo del suo gioco. In più occasioni ha spiegato come la programmazione, vissuta non più come lavoro ma come passione personale, lo abbia aiutato a ritrovare un certo equilibrio.

Ed è forse questo l’aspetto più curioso della sua storia. Marcus Persson ha creato uno dei videogiochi più importanti degli ultimi vent’anni, ha guadagnato miliardi e ha cambiato l’industria indipendente per sempre. Eppure oggi sembra interessato soprattutto a tornare alla dimensione iniziale: quella di uno sviluppatore che programma piccoli giochi per il piacere di farlo.

Morale della favola? Fatecelo dire – per favore – da squattrinati quali siamo: i soldi non fanno la felicità.


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