It’s me Mario: cosa dice davvero, l’origine della frase e la bufala di Itsumi

Basta leggere la frase per sentire anche la voce. Acuta, allegra, accompagnata da un accento italiano che nessun italiano userebbe esattamente così (ma che gli stranieri sentono sempre così, bontà loro): «It’s-a me, Mario!».
È una delle frasi più riconoscibili dei videogiochi, cercata spesso nella forma abbreviata “it’s me Mario”. Significa semplicemente «Sono io, Mario!». E no, il personaggio Nintendo non sta dicendo “Itsumi Mario”, una presunta espressione giapponese che vorrebbe dire “Super Mario”.
Quella è una delle tante rivelazioni circolate sui social con la promessa di cambiarci i ricordi d’infanzia. In questo caso possiamo tenerceli: avevamo sentito bene.
Cosa dice Mario: “It’s me” oppure “It’s-a me”?
A sciogliere il dubbio basta partire da Nintendo, che nel proprio portale dedicato al personaggio utilizza proprio «It’s-a me, Mario!». La piccola “a” che si sente nella registrazione, quindi, non è un indizio nascosto: fa parte della caratterizzazione della sua voce.
L’espressione inglese di partenza è “It’s me”, cioè “Sono io”. Mario la pronuncia con quella vocale aggiuntiva che rende il suo accento immediatamente riconoscibile, trasformando una normale presentazione in un tormentone.
Non bisogna dunque tradurre separatamente quella “a”, come se fosse l’articolo inglese. E non si tratta nemmeno di una frase italiana: è inglese pronunciato con un accento italiano caricaturale – perfetto per un idraulico italiano.
Scrivere “it’s me Mario” permette di capirsi senza problemi. Volendo riportare la battuta nella forma utilizzata da Nintendo, però, la versione da scegliere è “It’s-a me, Mario!”.
L’origine della frase: il provino di Charles Martinet
Dietro quel saluto c’è Charles Martinet, il doppiatore che ha dato a Mario la sua voce storica. E la storia della sua interpretazione comincia con un provino al quale si presentò quando stavano già mettendo via l’attrezzatura.
A raccontarlo è stato lo stesso Martinet in un’intervista pubblicata da N-Sider nel 2003. Gli venne descritto un idraulico italiano di Brooklyn, destinato a parlare con i bambini. La sua prima idea fu una voce ruvida, da stereotipo cinematografico del duro italoamericano. Poi cambiò strada: per quel pubblico voleva qualcosa di più divertente e amichevole.
Quando partì il provino, raccontò, dalla sua bocca uscì una presentazione che conteneva già il celebre saluto di Mario. La voce era quella giusta.
È un dettaglio interessante anche per capire l’origine del tormentone: la battuta appartiene alla costruzione del personaggio fatta da Martinet, non a una traduzione segreta dal giapponese.
In un’altra intervista, concessa a Stevivor nel 2012, l’attore ricordò di aver improvvisato situazioni legate al cibo, immaginando anche di preparare una pizza e di inseguirsi per gioco. Doveva inventare un personaggio e continuare a parlare finché non avesse esaurito le idee. A quanto pare, ne aveva parecchie.
Super Mario 64 e il saluto diventato un ricordo collettivo
Per moltissimi giocatori, “It’s-a me, Mario!” significa soprattutto Super Mario 64.
È il saluto che accompagna l’avvio del gioco, prima di ritrovarsi davanti al celebre faccione tridimensionale del protagonista. Quello con cui si poteva perdere tempo tirando naso, orecchie e baffi, pur avendo un intero castello da esplorare (molto italiano, nèvvero?). Il titolo uscì nel 1996 in Giappone e in Nord America, arrivando in Europa nel 1997.
Qui bisogna distinguere due cose: l’origine della voce e della battuta, legata al lavoro precedente di Martinet, e il gioco che le ha rese familiari a un pubblico enorme.
Attribuire tutto a una frase inventata per la prima volta davanti al microfono di Super Mario 64 sarebbe una semplificazione. Il racconto del provino mostra che quel modo di presentarsi faceva già parte della sua interpretazione.
Super Mario 64 gli diede una collocazione perfetta: all’inizio dell’avventura, quando Mario poteva finalmente salutare il giocatore con una voce capace di restargli in testa.
“Itsumi Mario” significa Super Mario in giapponese? No
La versione alternativa circolata online sostiene questo: per anni avremmo interpretato male la registrazione. Mario non direbbe “It’s-a me”, ma “Itsumi”, una parola giapponese traducibile con “super”, “fantastico” o “superbo”, a seconda del post.
Da qui la presunta scoperta: il personaggio starebbe semplicemente dicendo “Super Mario”.
La teoria è falsa. Il fact-check di Snopes dedicato all’argomento respinge questa interpretazione e la presunta traduzione di “Itsumi”.
Soprattutto, la spiegazione non coincide con le fonti dirette: Nintendo scrive il saluto in inglese e Martinet ne ha raccontato la nascita attraverso un’improvvisazione in inglese. Non serve cercare una parola giapponese che assomigli al suono: conosciamo già la frase che l’attore stava pronunciando.
Che Nintendo sia giapponese non rende giapponese ogni parola pronunciata dai suoi personaggi (per di più nel caso di un personaggio non nipponico): sembra banale e superfluo doverlo specificare, ma è proprio su questa associazione che la storia riesce a sembrare plausibile.
Perché la bufala sembra così convincente
Il meccanismo è familiare: prendete qualcosa che tutti conoscono, aggiungete un significato nascosto e presentatelo come una scoperta sfuggita al mondo intero per decenni.
Con Mario funziona particolarmente bene. La frase è breve, la pronuncia è stilizzata e, leggendo “Itsumi” mentre si ascolta l’audio, si può essere portati a riconoscere proprio quel suono. Ma una somiglianza fonetica non basta a riscrivere una battuta documentata.
La storia di Martinet, peraltro, aveva già tutti gli ingredienti necessari: un provino quasi perso, una voce cambiata all’ultimo momento e un saluto improvvisato diventato celebre.
Per una volta, la curiosità interessante era quella vera.
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