Diciamocelo, i videogiocatori non godono di buona fama. Sebbene ultimamente forse le cose siano leggermente cambiate – e anche esponenti del gentil sesso abbiano preso a videogiocare, magari per streammare e alzarsi due lire in un modo più dignitoso che OnlyFans, sebbene le si veda più che altro per le fattezze che per le qualità da giocatrici – quando si pensa al videogiocatore classico si ha lo stereotipo del giocatore un po’ nerd, magari anche un po’ panzuto, e se non panzuto non certo da ricordare per la sua prestanza fisica.
È un’immagine sedimentata negli anni: buio, snack, ore davanti allo schermo e zero movimento. Eppure, come spesso accade, la realtà è più sfumata del cliché. Perché negli ultimi tempi sono circolati dati che sembrano ribaltare la narrazione: giocare per due ore a titoli competitivi come FIFA o Warzone potrebbe far bruciare fino a 420 calorie negli uomini e 470 nelle donne. Numeri che, messi così, fanno quasi sorridere chi è abituato a considerare il gaming sinonimo di immobilità.
Le 420 calorie bruciate col joystick in mano: cosa c’è dietro il dato
Le cifre arrivano da uno studio commissionato dalla piattaforma di e-sport Stakester, che ha monitorato 50 gamer con smartwatch e cardiofrequenzimetri mentre giocavano per due ore a FIFA e Warzone. Il consumo medio rilevato è stato di circa 210 kcal all’ora negli uomini e 236 kcal nelle donne. Moltiplicando per due, si arriva ai famosi 420–470.
Il punto non è negare il dato: l’aumento della frequenza cardiaca c’è, l’adrenalina pure. Chi ha vissuto un supplementare tirato o un “uno contro uno” decisivo sa che il corpo reagisce davvero. Sudorazione, tensione muscolare, battito accelerato. Il cosiddetto “sudore da gaming” non è un’invenzione (lo scrivente da bambino sudava come un matto soltanto a giocare ad Alex Kidd, immaginate).
Il problema nasce quando si passa dalla curiosità al paragone sportivo. Chi ha scritto di questo studio, anche alla ricerca del click facile, si è spinto ad un’equivalenza con “1000 addominali” o con un’ora in bicicletta. Ma qui bisogna essere onesti: non si tratta di confronti effettuati in laboratorio con protocolli identici: è una semplificazione comunicativa. In termini di fisiologia dell’esercizio, 200–230 kcal all’ora sono più vicine a una camminata tranquilla che a una sessione cardio a intensità moderata.
Inoltre, lo studio non è stato pubblicato su una rivista scientifica peer-reviewed. Campione ridotto, finanziamento interessato: non è fuffa, ma non è nemmeno una rivoluzione scientifica.
Più strutturato è lo studio della Queensland University of Technology, che ha analizzato circa 1400 gamer competitivi in 65 Paesi. Qui emerge un elemento interessante: i giocatori di e-sport avevano tra il 9% e il 21% di probabilità in più di rientrare in una fascia di peso corporeo sano rispetto alla popolazione generale. Inoltre fumavano meno e consumavano meno alcol (che noiosi…).
Ma anche in questo caso occorre precisione: si tratta di uno studio osservazionale che mostra un’associazione, non dimostra che il gaming faccia dimagrire. È plausibile che chi compete seriamente negli e-sport curi di più anche alimentazione, sonno e magari integri attività fisica tradizionale. Non è certamente il joystick che scolpisce gli addominali.
Stereotipo superato? Non del tutto
Allora il vecchio cliché del gamer pigro è definitivamente archiviato? Non proprio, ma sicuramente è meno solido di quanto fosse vent’anni fa. Il gaming competitivo può avere un impatto fisiologico reale: il cuore accelera, l’energia si consuma, la tensione è concreta. Non è immobilità assoluta.
Allo stesso tempo, trasformare due ore di Warzone in una seduta di allenamento è una forzatura. Il consumo calorico esiste, ma non sostituisce un’attività aerobica strutturata né un programma di forza.
Concludendo: giocare ai videogiochi fa dimagrire? No, almeno non in senso diretto e automatico. Però può consumare più energia di quanto si creda e, soprattutto, non coincide necessariamente con uno stile di vita trascurato. Forse la vera notizia non è che il gamer brucia calorie. È che lo stereotipo, come spesso accade, è discretamente fallace.
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