Elden Ring chi? Questo gioco per NES non lo ha portato a termine (quasi) nessuno

Sul finire della gloriosa generazione caratterizzata dal successo commerciale del NES è uscito un videogioco che ha fatto disperare anche i gamer più scafati e talentuosi: era così difficile da aver fatto nascere polemiche nei confronti di chi l’ha prodotto e generato una percentuale di abbandono vicina al 100%.

Negli ultimi anni la questione “Difficoltà” in campo videoludico è stata spesso centrale nelle discussioni tra gli appassionati ma anche nelle notizie e negli approfondimenti della stampa specializzata. Ad introdurre la questione involontariamente è stata Fromsoftware con la pubblicazione della saga Dark Souls, considerata unanimemente come l’esponente più noto del genere “hardcore”.

Contemporaneamente si era diffuso un malcontento generalizzato per via dell’abbassamento della soglia di difficoltà dei videogame mainstream, quei tripla A commerciali e rivolti ad un pubblico il più ampio possibile. Non vi è dubbio, infatti, che la crescita della popolarità dei videogame e l’esigenza di allargare l’utenza all’infinito abbia portato gli sviluppatori e i produttori a trovare una formula che permettesse anche ai neofiti di portare a termine un gioco.

Da qui è nato un quesito che ancora oggi non ha una risposta univoca: è giusto livellare verso il basso la difficoltà dei videogiochi per permettere ai “newbie” di godersi l’esperienza? Se da un lato è comprensibile voler rendere accessibili i giochi per aumentarne le vendite dall’altro non si può negare che così facendo si va verso un appiattimento della diversità ludica, nonché verso uno snaturamento della natura stessa del videogame.

Prima ancora che un media attraverso il quale raccontare una storia o una tematica, prima ancora di essere una forma d’intrattenimento, il videogame è soprattutto una sfida da apprendere e superare. Se dunque per alcuni tipi di gioco – quelli basati principalmente sulla narrativa (gli story-driven) questo livellamento può essere considerato normale e accettabile, per altri generi si tratterebbe di una forzatura.

Un gioco come Dark Souls, ad esempio, permette al giocatore di calarsi nel suo mondo e di comprenderne la vera essenza solo attraverso una difficoltà superiore al normale. Lo stesso discorso vale per un gioco come Sifu (il quale in modalità “facile” diventa un’esperienza di poco conto), Ghost Runner, ma anche in casi come Gran Turismo, i roguelike come Hades e Returnal, i metroidvania come Hollow Knight.

Si può al contrario rendere più difficili le esperienze narrative per chi è alla ricerca di una maggiore sfida attraverso i livelli di difficoltà (cosa che già esiste da praticamente sempre) ed accettare senza polemiche che esistano, esisteranno e sono sempre esistiti videogame pensati per offrire una sfida molto elevata.

Il gioco per NES che ha fatto desistere persino gli hardcore gamer

Qualche settimana fa abbiamo parlato dei giochi più difficili della storia, sottolineando come una stilare una classifica possa essere quasi esclusivamente soggettiva, poiché molto dipende dalle abilità e dalle esperienze di gioco dei singoli. Ciò non toglie che di giochi complessi ne sono esistiti tanti prima dei Dark Souls e non è certo una moda attuale svilupparli per una specifica nicchia di videogiocatori.

Sin dall’epoca delle Sale Giochi – dove tutti i titoli proposti avevano una difficoltà superiore a quella media di oggi anche per una questione di sistema di guadagno – e delle prime console casalinghe sono esistiti titoli decisamente complessi. Per la prima console Nintendo di successo, il NES, sono usciti giochi come Ghost and Goblins, Contra, Ninja Gaiden, Megaman e persino il primo Super Mario (giocatelo oggi senza salvataggi e poi capirete).

Sebbene i titoli più complessi da portare a termine non mancassero, anche in quegli anni ne è uscito uno talmente difficile da fare infuriare i giocatori in preda alla frustrazione e da diventare il metro di paragone della difficoltà videoludica per gli anni a venire. Si tratta di un gioco che raramente viene citato in queste classifiche ed il motivo è che lo hanno giocato in pochi (è uscito solo negli USA e in Canada) e lo hanno portato a termine ancora meno.

Il gioco in questione era uno shooter a scorrimento laterale in stile – per intenderci – Metal Slug con protagonista Silver Surfer (uno degli eroi meno amati dell’universo Marvel) e intitolato semplicemente con il nome del supereroe. Nel corso dell’avventura il nostro guadagnava dei potenziamenti che rendevano i suoi attacchi energetici sempre più potenti, ma bastava un semplice colpo subito o un urto accidentale con un elemento dello scenario o contro un nemico per arrivare al game over e dover ricominciare tutto dall’inizio.

A rendere il tutto ancora più complesso c’era una hit box del protagonista non propriamente ottimizzata, a volte i colpi dei nemici arrivavano a segno anche se erano distanti dalla figura del protagonista, il che aumentava il grado di frustrazione e rendeva complesso anche leggere quali fosse l’area di pericolo.

Completarlo senza trucchi era quasi impossibile e i pochi che hanno avuto la pazienza e l’abnegazione di portarlo a termine lo hanno fatto sfruttando dei codici (ottenibili tramite riviste specializzate o chiamando i call center di Nintendo) che offrivano sin dall’inizio delle agevolazioni.


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