Hai giocato a Pokémon da piccolo? La scienza dice che il tuo cervello è cambiato (e ti spieghiamo come)

Uno studio di Stanford mostra come giocare a Pokémon da bambini abbia influenzato lo sviluppo del cervello in modo misurabile.

Per anni è stata vista come una semplice ossessione da bambini: cartucce infilate nel Game Boy, ore passate a memorizzare creature, mosse e tipi. E invece quella routine, ripetuta quasi senza accorgersene, potrebbe aver lasciato un segno concreto. Non solo nei ricordi. E possiamo definitivamente dire che s’è trattato di ben più di una moda passeggera, per citare Carl Brave.

Un lavoro scientifico pubblicato nel 2019 e condotto dalla Stanford University ha messo sotto osservazione proprio chi è cresciuto con i primi capitoli della saga. Il risultato è meno banale di quanto si possa immaginare: alcune aree del cervello sembrano essersi organizzate in modo diverso, in modo stabile, negli adulti che da piccoli giocavano a Pokémon.

Un esperimento semplice, ma molto mirato

Il punto di partenza è chiaro: scegliere un’esperienza condivisa da milioni di bambini negli stessi anni, abbastanza uniforme da poter essere studiata. In tal senso i primi giochi della serie, usciti a metà anni ’90 su Game Boy, erano perfetti.

I ricercatori hanno quindi selezionato due gruppi. Da una parte adulti che avevano passato molte ore, tra i cinque e gli otto anni, con Pokémon Rosso e Pokémon Blu. Dall’altra persone che non avevano mai avuto contatti con la saga.

A entrambi i gruppi sono state mostrate immagini di varia natura: volti, parole, oggetti, animali e naturalmente Pokémon. Nel frattempo, l’attività cerebrale veniva monitorata tramite risonanza magnetica funzionale.

Il dato interessante emerge subito dopo il confronto: chi aveva giocato da piccolo mostrava una risposta cerebrale specifica davanti ai Pokémon, risposta che negli altri partecipanti non compariva.

Una zona del cervello “allenata” fin dall’infanzia

La differenza non riguarda un’impressione generica, ma una regione ben precisa: la corteccia occipitotemporale ventrale, coinvolta nell’elaborazione degli stimoli visivi complessi.

Negli ex giocatori, questa area si attiva in modo selettivo quando compaiono creature della saga. Non succede con altri stimoli simili. È come se il cervello avesse costruito nel tempo una sorta di archivio dedicato (un pokedex cerebrale).

Non si tratta solo di riconoscere un personaggio. Dietro quell’attivazione c’è un sistema più ampio: nomi, evoluzioni, tipi, debolezze, strategie. Un insieme di informazioni visive e associative apprese in una fase della vita in cui il cervello è particolarmente ricettivo.

La spiegazione più convincente arriva dalla neuroplasticità infantile. Durante l’infanzia, l’esposizione ripetuta a determinati stimoli può contribuire a strutturare in modo duraturo alcune funzioni cognitive.

Nel caso dei Pokémon, c’è anche un altro elemento: venivano osservati quasi sempre al centro dello schermo, in una porzione molto specifica del campo visivo. Questo dettaglio si collega alla cosiddetta retinotopia, cioè al modo in cui il cervello organizza le immagini in base a dove vengono percepite.

Il risultato dello studio è solido, ma va interpretato nel modo corretto. Non dimostra che giocare a Pokémon renda più intelligenti, né che sia un vantaggio in senso generale.

Mostra però qualcosa di più concreto: le esperienze ripetute durante l’infanzia possono lasciare tracce misurabili nel cervello, anche quando si tratta di attività considerate puramente ludiche.

È un punto che cambia leggermente prospettiva. Quelle ore passate a esplorare Kanto, a scegliere tra Bulbasaur, Charmander e Squirtle, a memorizzare debolezze e combinazioni, non erano solo tempo riempito. Erano anche un esercizio cognitivo, strutturato e costante.

Questo non trasforma automaticamente i videogiochi in strumenti educativi, ma rende più difficile liquidarli come una perdita di tempo. Il cervello, soprattutto da piccoli, non distingue in modo netto tra apprendimento e gioco: ciò che si fa da bambini conta, spesso più di quanto si pensi.


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