La notizia della cancellazione di Prince of Persia e di altre 5 IP conferma il periodo difficile di Ubisoft, il gigante francese, uno dei pilastri dell’industria videoludica fino a pochi anni fa, vive un periodo di profonda rivoluzione e mostra delle criticità che portano a temere un epilogo drammatico.
Sono ormai anni che le produzioni Ubisoft deludono le aspettative di fan e addetti al settore, mostrando una scarsa capacità di adattarsi ai tempi moderni, una vuota ricerca della formula per il successo ed una precaria lucidità nella gestione delle risorse e degli investimenti.
Sebbene all’epoca solo in pochi lo avessero notato, l’inizio del declino è stato il momento in cui l’azienda ha deciso di modificare la struttura ludica di Assassin’s Creed da stealth/action ad action gdr. Il pur ottimo Origins segnava non solo un nuovo corso per la saga più nota e remunerativa dell’azienda francese, ma anche l’inizio di una ricerca ossessiva di una tipologia di giochi che potesse piacere al più ampio pubblico possibile.
In quella decisione si celava la strategia tesa alla ricerca del massimo profitto a discapito della libertà creativa che da sempre aveva contraddistinto Ubisoft e che aveva portato alla nascita di tanti franchise amati e di successo, tra i quali ovviamente lo stesso Assassin’s Creed, nato come nuovo capitolo di Prince of Persia e divenuto nel corso dello sviluppo un progetto a sé stante (un po’ come successo con Devil May Cry qualche anno prima in Capcom).
Il paradosso della Ubisoft di oggi è che va alla ricerca di un successo planetario ma per farlo rinnega la sua stessa storia, dimenticando che il suo più grande brand è nato “per errore”, lasciando che il team creativo sviluppasse la propria idea senza tarparne le ali e accettando che venisse fuori qualcosa di completamente differente da quanto preventivato in un primo momento.
Oggi un progetto che prende un’altra forma non verrebbe finanziato, ma verrebbe bloccato, riscritto, ricominciato, finché non aderisce perfettamente all’idea dei vertici dell’azienda, una risultato che non prende vita dalle idee di chi sviluppa, ma da ciò che il reparto marketing ritiene possa piacere agli utenti.
L’addio al remake di Prince of Persia e le nubi sul futuro di Ubisoft
L’annuncio della cancellazione definitiva di Prince of Persia Remake non cade come un fulmine a ciel sereno. Il progetto era stato annunciato nel 2020 e da quel momento in poi si sono susseguiti solamente rumor sulle difficoltà di sviluppo, ad un tratto il progetto è stato bloccato e affidato ad un secondo team, il tutto senza che l’azienda si pronunciasse ufficialmente o mostrasse qualcosa di nuovo.
Non sorprende più di tanto nemmeno la cancellazione degli altri 5 progetti, Ubisoft è entrata di recente tra le fila di Tencent e quando ci sono simili fusioni è logico che vi sia una revisione dei progetti e una ristrutturazione dei team interni. D’altro canto se non ci fosse stato bisogno di una variazione al piano aziendale difficilmente il colosso transalpino avrebbe chiesto supporto economico dall’esterno.
Tuttavia l’ufficialità toglie quel velo di speranza con il quale tutti gli appassionati del franchise e i fan storici dell’azienda continuavano a rivestire sia Prince of Persia Remake che i futuri progetti non ancora annunciati. Nel giustificare la scelta Ubisoft ha scritto che è stata doverosa per via del: “mancato raggiungimento dei nuovi criteri di qualità che ci siamo prefissati. Il nostro obiettivo è quello di ottenere livelli di qualità eccezionali nel segmento delle avventure open world e di ritagliarci uno spazio sempre più ampio nel mercato delle esperienze Game as a Service”.
In questa motivazione si legge una sorta di continuità nella politica aziendale: perseguire la produzione di Tripla A open world single player e giochi multiplayer. Nessuno spazio dunque a nuovi progetti, a idee differenti, a IP minori in cui venga premiata la creatività e non l’aderenza ad un canone stabilito.
Un’intuizione che viene confermata anche dalla ristrutturazione dei team interni in hub produttivi dedicati a specifici franchise:
- Vantage Studios supervisiona i franchise più grandi: «Assassin’s Creed», «Far Cry» e «Rainbow Six».
- Kreativhaus 2 si occupa di sparatutto competitivi e cooperativi come «The Division», «Ghost Recon» e «Splinter Cell».
- Creative House 3 si concentra su giochi live service come «For Honor», «The Crew», «Riders Republic», «Brawlhalla» e «Skull & Bones».
- Creative House 4 si occupa di giochi come «Anno», «Might &; Magic», «Rayman», «Prince of Persia» e «Beyond Good & Evil».
- Kreativhaus 5 si concentra su giochi casual e per famiglie come «Just Dance», «Uno» e «Hungry Shark».
Il Ceo dell’azienda, Yves Guillemot parla di una svolta decisiva per il futuro dell’azienda, un cambiamento che aiuterà a rendere lo sviluppo delle nuove IP sostenibile e che consentirà di avvicinarsi ai giocatori. Il terremoto aziendale però fa percepire all’esterno quanto il publisher francese sia rimasto inghiottito dalle sabbie del tempo, adesso non resta che aspettare per comprendere se riuscirà a prenderne il controllo e riavvolgere il tempo rispolverando l’antico splendore.
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